Il Made in Italy continua a essere uno dei simboli più forti dell’identità culturale italiana. Ma per la Gen Z il suo significato si sta ridefinendo: non viene messo in discussione, ma non è più sufficiente da solo a generare valore. Questo è quello che emerge dalla survey di TP Infinity per Made in Italy community. Tra i più giovani, il Made in Italy resta prima di tutto sinonimo di qualità artigianale, competenza tecnica e saper fare. È interessante notare come proprio la Gen Z lo associ anche più di altri alla tradizione (26% tra i 18-25 anni), mentre lo collega meno a creatività e originalità rispetto alle generazioni più adulte.
Un paradosso solo apparente: per i giovani il Made in Italy è un patrimonio culturale da preservare, più che un motore di innovazione

Questo emerge anche quando si chiede “Cosa perderemmo senza il Made in Italy?”: la Gen Z parla di cultura, storia e tradizione, mentre le generazioni più adulte lo leggono maggiormente in chiave identitaria e di orgoglio nazionale.
Ma è proprio qui che si apre il punto critico. Se il valore culturale è riconosciuto, quello prospettico è più debole.
Quando si passa dal percepito al comportamento – ad esempio all’attrattività lavorativa – il quadro cambia. Solo il 30% dei più giovani considera davvero attraente lavorare in un’azienda Made in Italy, contro il 57% degli over 55 .
Per la Gen Z, quindi, il Made in Italy non è automaticamente sinonimo di opportunità.

Diventa interessante solo a una condizione: che sia capace di innovare. Più della metà dei giovani (53%) dichiara che lavorerebbe in questo tipo di aziende se fossero realmente avanzate sul piano tecnologico e digitale.
È qui che emerge una delle principali tensioni generazionali: per i più adulti il Made in Italy è già un valore compiuto, per la Gen Z è un valore incompleto, che deve evolvere.
Non sorprende quindi che, quando si chiede cosa dovrebbero fare le aziende per attrarre giovani talenti, le risposte vadano oltre i temi tradizionali. Certo, stipendio e carriera contano, ma per la Gen Z il vero discrimine è un altro: innovazione a 360 gradi.
Innovazione tecnologica (AI, digitale, sostenibilità), ma anche culturale e organizzativa: più flessibilità, maggiore coinvolgimento nei processi decisionali, modelli meno gerarchici e una comunicazione più chiara dei valori e dell’impatto. In altre parole, i giovani chiedono alle aziende Made in Italy di essere contemporanee, non solo eccellenti. A rafforzare questa lettura, c’è anche la percezione delle mancanze: per la Gen Z alle aziende italiane manca soprattutto la capacità di adattarsi ai cambiamenti, di usare tecnologie avanzate e di essere realmente creative.

È un segnale chiaro: il rischio non è perdere rilevanza nel presente, ma nel futuro.
Il Made in Italy è in transizione.
Resta un patrimonio fortissimo, ma deve cambiare forma per restare rilevante.
Per la Gen Z è una promessa da mantenere, non più solo una garanzia di qualità.
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